Sudan dopo 1.000 giorni di conflitto: storie che devono essere raccontate

Sudan dopo 1.000 giorni di conflitto: storie che devono essere raccontate

Il racconto di Nahid Ali, Responsabile della Comunicazione, Plan International Sudan

Dall’aprile 2023, molti Paesi nel mondo hanno vissuto cambiamenti positivi: progressi nello sviluppo e nella ripresa, sforzi collettivi per proteggere il nostro pianeta per le generazioni future. In Sudan, però, la realtà è profondamente diversa. I sistemi di sicurezza, sanità, ambiente ed educazione continuano a deteriorarsi a causa di un conflitto che dura ormai da quasi 1.000 giorni, peggiorando di giorno in giorno.

Come operatori umanitari, continuiamo ad assistere alla sofferenza di comunità intrappolate in aree assediate, dove l’accesso agli aiuti è estremamente limitato. I convogli umanitari vengono spesso ritardati, ostacolati o addirittura presi di mira, mentre civili disarmati e indifesi si ritrovano sempre più spesso nel mezzo dei combattimenti.

Il prezzo più alto di questo conflitto lo pagano le donne, in particolare le ragazze, e i bambini. I corpi delle donne sono diventati armi di guerra, esponendole a una violenza sessuale e fisica diffusa. Molti bambini arrivano nei centri per sfollati da soli, separati dalle loro famiglie durante viaggi lunghi e pericolosi.

Durante la mia missione più recente ad Al-Aafad, nello Stato Settentrionale, ho incontrato donne e ragazze che avevano assistito e sopravvissuto a gravi violenze sessuali mentre fuggivano da El Fasher. Hanno raccontato di aver visto le loro famiglie uccise, le case distrutte dai bombardamenti e le loro vite spezzate nel giro di una notte.

Una donna mi ha raccontato di aver seppellito i propri figli con le sue stesse mani nel cortile di casa, dopo che erano morti di fame. Un’altra non sa quale sia il destino del marito e del figlio, scomparsi. Una ragazza mi ha detto che la sua istruzione si è interrotta all’inizio del conflitto e che ha perso ogni senso di sicurezza dopo essere stata aggredita sessualmente durante la fuga da El Fasher. Un’altra donna ha visto la sorella morire all’istante sotto i bombardamenti, lasciando sette bambini senza madre.

Queste non sono storie isolate. Sono la realtà quotidiana di milioni di persone in tutto il Sudan. Dopo quasi 1.000 giorni di conflitto, il popolo sudanese non deve essere dimenticato dal resto del mondo. La portata di questa sofferenza richiede attenzione internazionale continua, azioni concrete e responsabilità.

In quanto madre sudanese sfollata, che ha vissuto in prima persona le difficoltà di crescere figli in un contesto di guerra, rivolgo un appello alla comunità internazionale, ai governi, ai donatori, ai media e alla società civile globale affinché agiscano:

  • mantenere il Sudan al centro delle agende politiche e umanitarie globali;
  • amplificare le voci delle donne, delle ragazze e delle comunità sudanesi, troppo spesso inascoltate;
  • difendere la protezione dei civili, in particolare donne e bambini, e chiedere responsabilità per le violazioni del diritto internazionale umanitario;
  • garantire finanziamenti umanitari continuativi e flessibili, affinché gli aiuti salvavita possano raggiungere anche le aree più isolate e assediate;
  • sostenere l’accesso e la sicurezza degli operatori umanitari, affinché possano fornire assistenza senza ostacoli o ritardi.

Come operatori umanitari, dopo quasi 1.000 giorni di conflitto, continuiamo a fare tutto il possibile per raggiungere chi ha bisogno nel modo più rapido e sicuro possibile. I bisogni sono immensi, le risorse limitate e i finanziamenti insufficienti ma la nostra determinazione resta forte, perché arrendersi non è un’opzione.

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