Lotta al COVID-19: cosa abbiamo appreso durante l’epidemia di Ebola

Lotta al COVID-19: cosa abbiamo appreso durante l’epidemia di Ebola

Sei anni fa l’epidemia di Ebola uccise più di 11.300 persone in Africa Occidentale. Ora il mondo è alla strenua ricerca di una soluzione per la pandemia del COVID-19, la più grande crisi sanitaria della nostra generazione.

Da quando il primo caso è stato riscontrato in Cina alla fine del 2019, ci sono già stati più decessi per COVID-19 che durante l’intera epidemia di Ebola, e il virus si è diffuso in molti più paesi. Mentre si intensificano gli sforzi per combatterlo, Damien Queally – Direttore Esecutivo Globale delle Operazioni e dei Programmi di Plan International – riflette sulla risposta data nel caso di Ebola e condivide alcuni insegnamenti che possono essere applicati a questa crisi.

A Marzo 2014, quando l’epidemia di Ebola ebbe inizio, l’emozione predominante fu la paura. Allora c’era poca informazione pubblica su come equipaggiare gli operatori sanitari della prima linea o su come proteggere anziani, donne incinta, bambini e persone estremamente vulnerabili. I mezzi di comunicazione proiettavano gli scenari peggiori e così iniziò a prevalere il panico.

Per le organizzazioni umanitarie, inclusa Plan International, la risposta iniziale si focalizzò sulla protezione del personale, delle famiglie e delle organizzazioni partner così come sull’implementazione di forti misure sanitarie e di igiene. Quando la crisi cominciò ad intensificarsi, coloro che lavoravano sul campo divennero consapevoli del fatto che bisognava rivolgersi alle comunità, sensibilizzare la popolazione sulle pratiche di igiene opportune per prevenire il contagio e fornire informazioni sia sul distanziamento sociale che sull’importanza di lavarsi le mani.   

Il tasso di mortalità dell’Ebola era alto, molto più alto rispetto a quello del COVID-19 per cui la prevenzione era fondamentale. Medici, infermieri e tutti coloro che lavoravano in prima linea si resero conto che la cooperazione tra le autorità e i partner locali era chiave. Plan International supportò le autorità sanitarie che, a quel tempo, avevano pochissime risorse. Fornimmo fondi per mettere in atto aspetti essenziali della risposta come per esempio la diffusione di informazione sanitaria, la creazione di infrastrutture mediche adatte a trattare ed isolare coloro che presentavano sintomi, mezzi per garantire la reidratazione delle persone infette, acqua e cibo per le persone in quarantena e per il personale medico. Creammo inoltre stazioni per lavarsi le mani nei supermercati, nelle scuole e in altri punti di ritrovo locali.

Successivamente, lavorammo all’istituzione di centri di assistenza per la comunità. Questi erano necessari per assicurarsi che le vittime di Ebola non si riversassero nei centri di cura ordinari mettendo a rischio gli altri pazienti. I malati dovevano essere isolati in spazi sicuri dove gli operatori sanitari potessero fare le diagnosi, testare e controllare i sintomi.

Plan International diede inoltre supporto ai bambini colpiti dalla crisi – bambini divenuti orfani o stigmatizzati per via di un genitore o un fratello affetto da Ebola. L’epidemia fu un periodo particolarmente traumatico per i bambini che vedevano i loro cari morire e che venivano isolati senza ricevere il supporto necessario o senza l’aiuto di qualcuno che si prendesse cura di loro. I bambini non potevano andare a scuola, non avevano accesso al cibo delle mense scolastiche e non si sentivano al sicuro. In quel caso procurammo cibo, attenzioni, e spazi dove potessero sentirsi protetti. Lavorammo inoltre per riunire i bambini con le loro famiglie o con le persone adatte a prendersi cura di loro mentre la crisi progrediva.

Il trattamento per l’Ebola era diverso da quello necessario per il COVID-19. Ma un aspetto dell’emergenza è uguale, l’importanza dell’igiene. In entrambi i casi la comunicazione a livello comunitario e i messaggi incentrati sull’importanza di lavarsi le mani con acqua e sapone è assolutamente necessaria. Sembra semplice, ma ci sono varie considerazioni da fare in casi come questi…per esempio ricordare alle persone di usare asciugamani di carta piuttosto che di tessuto ed assicurarsi di chiudere i rubinetti con il gomito invece che con le mani. Un altro aspetto in comune fra l’Ebola e il COVID-19 è che, in entrambi i casi, se si hanno dei sintomi, bisogna isolarsi.

Durante la pandemia di Ebola l’isolamento fu una delle cose più difficili per le famiglie. Nei paesi più colpiti: Sierra Leone, Guinea e Liberia, il periodo obbligatorio di quarantena ebbe un impatto finanziario considerevole. Mentre i governi dei paesi occidentali adesso stanno considerando l’eventualità di impegnare risorse in supporto ai lavoratori colpiti dal COVID-19, questo non fu il caso quando l’epidemia colpì l’Africa Occidentale. Per sopravvivere, le persone dipendevano dal loro lavoro e dalla vendita di prodotti nei mercati locali. Se i mercati improvvisamente avessero chiuso, intere famiglie e comunità sarebbero cadute in povertà dato che non esistevano aiuti per coloro che perdevano il lavoro.

Il virus ebbe effetti a catena anche su altri aspetti della sanità pubblica. La malaria è una delle principali cause di morte in Africa. Durante l’Ebola la gente cercava di curarsi da sola oppure non si curava affatto. Le ragazze e le giovani donne furono particolarmente colpite dalla crisi poiché le poche risorse disponibili non venivano investite nelle cure di routine come i controlli durante la gravidanza o in temi riguardanti la salute sessuale. Inoltre, le famiglie più vulnerabili economicamente diventarono sempre più inclini a ricorrere al matrimonio forzato o precoce come soluzione per far fronte alla povertà estrema. E, come se fosse poco, le tensioni familiari contribuirono ad aumentare il rischio di violenza sessuale o di genere in casa e ci fu un incremento della prostituzione.

Bisogna riconoscere che l’impatto del COVID-19 andrà ben oltre la fase più acuta della crisi. Dobbiamo essere consapevoli che, durante le emergenze, le giovani donne e le ragazze sono le più colpite, soffrono maggiormente e subiscono gli effetti secondari dell’epidemia. La privazione di servizi sanitari già precari, la perdita della coesione comunitaria e la mancanza di accesso a beni di prima necessità come il cibo avranno, su di loro, effetti devastanti. Lo abbiamo già visto durante la crisi dell’Ebola. Accadrà di nuovo con il COVID-19. Le comunità hanno bisogno di assistenza tangibile. Le famiglie più vulnerabili hanno bisogno di denaro in contanti e di altri tipi di aiuti.

Dalla crisi dell’Ebola abbiamo anche appreso l’importanza di gestire in maniera adeguata gli assembramenti di persone, di controllare la temperatura degli individui e di mettere in pratica le regole basiche dell’igiene come il lavaggio frequente delle mani. Abbiamo capito che bisogna prestare particolare attenzione ai campi profughi dove è molto difficile mantenere le misure di distanziamento sociale, vigilare per l’attuazione di protocolli di igiene efficienti e mettere in atto misure sanitarie adeguate. Ma tutto ciò richiede un enorme coordinamento con le autorità locali e con i partner interessati.

Plan International, come molte altre organizzazioni umanitarie, sta rispondendo alla crisi del COVID-19 realizzando campagne di informazione pubblica, fornendo kit d’igiene, dando supporto alle infrastrutture sanitarie, sensibilizzando sui rischi che corrono le ragazze ed influenzando le strategie d’azione. Stiamo creando spazi di dialogo in modo che le voci delle giovani donne possano essere ascoltate con il fine di adattare i nostri programmi di sviluppo e supportare al meglio le giovani donne e ragazze che si occupano di dar risposta all’emergenza del COVID-19.

L’ONU ha annunciato un Piano Globale Umanitario di Risposta al COVID-19 da 2 bilioni di dollari. Alcuni governi, incluso il Canada e la Norvegia, hanno già espresso il loro impegno di voler aumentare gli aiuti per i paesi in via di sviluppo. È già qualcosa ma non abbastanza. Se vogliamo sconfiggere il COVID-19, abbiamo bisogno della solidarietà globale.

Questo virus è universale, non tiene conto delle frontiere. Attualmente l’Europa e il Nord America sono i principali focolai. Governi, donatori ed altre imprese sono comprensibilmente preoccupati su come affrontare il virus nei propri paesi. Ma abbiamo visto come il virus si diffonde velocemente e finché il COVID-19 sarà presente in alcune parti del mondo, nessuno di noi sarà al sicuro. Contenere la diffusione nei paesi poveri e con sistemi sanitari fragili è di vitale importanza. Se il COVID-19 si sviluppasse nei paesi in via di sviluppo, le conseguenze sarebbero davvero devastanti.

Articolo scritto da Damien Queally – Direttore Esecutivo Globale delle Operazioni e dei Programmi di Plan International

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