C’è una bambina che entra per la prima volta in un campo da calcio. Un’altra che prende in mano una racchetta, indossa un paio di pattini o scopre quanto le piace correre. C’è chi sogna un giorno di vincere una medaglia e chi vuole semplicemente divertirsi insieme alle proprie amiche.
All’inizio, lo sport è soprattutto questo: scoperta, libertà, possibilità.
È imparare qualcosa che ieri sembrava impossibile. È cadere e riprovare. È sentirsi parte di una squadra, scoprire il proprio corpo e le proprie capacità, imparare a fidarsi di sé.
Eppure, crescendo, per molte ragazze questo rapporto con lo sport cambia.
Quando il campo non è uguale per tutti
In Italia, tra i 10 e i 24 anni, le ragazze abbandonano lo sport più frequentemente dei ragazzi: il 21,6% contro il 15,1%. E lo fanno mediamente prima, intorno ai 14 anni.
Dietro questi numeri ci sono tante storie diverse. Ci sono ragazze che devono conciliare lo sport con lo studio e altri impegni, ma ci sono anche ostacoli che hanno radici più profonde.
Ancora oggi esistono discipline considerate, più o meno apertamente, “da maschi” e altre ritenute più appropriate per le ragazze. Ci sono bambine che hanno meno occasioni per praticare lo sport che desiderano, adolescenti che si confrontano con aspettative e giudizi sul proprio corpo, giovani donne che faticano a riconoscersi in un mondo nel quale allenatrici, dirigenti e altre figure femminili sono ancora una minoranza.
Anche quando le donne raggiungono i massimi livelli, le differenze rimangono visibili. Lo sport femminile riceve ancora una parte molto ridotta dello spazio mediatico dedicato allo sport, nonostante in Italia siano 18,6 milioni le persone che dichiarano di seguirlo con interesse.
Non è quindi una questione di mancanza di talento, passione o pubblico.
È anche una questione di opportunità.
Non chiediamo alle ragazze di adattarsi. Cambiamo il gioco.
È da questa convinzione che prende forma Cambiamo il Gioco, il nuovo percorso di Plan International Italia che prenderà il via il 24 settembre.
Un invito a guardare lo sport da una prospettiva diversa e a riconoscere quelle disuguaglianze che, proprio perché spesso fanno parte della quotidianità, rischiano di passare inosservate.
Con la campagna vogliamo parlare di stereotipi, accesso allo sport, abbandono precoce, rappresentazione e leadership femminile. Lo faremo attraverso dati, contenuti e soprattutto attraverso le esperienze delle donne che lo sport lo vivono ogni giorno.
Ma il punto di partenza è semplice: non dovrebbero essere le bambine e le ragazze a doversi adattare a un campo che offre loro meno possibilità. Dovremmo fare in modo che possano partire dalla stessa linea di partenza.
E per riuscirci serve un cambiamento che coinvolga tutti: famiglie e comunità, società sportive e federazioni, scuole e istituzioni, aziende e media.

Perché per Plan lo sport conta
Quando parliamo dei diritti delle bambine e delle ragazze, lo sport potrebbe sembrare un tema secondario rispetto ad altre sfide. In realtà, ciò che accade dentro un campo può raccontarci molto della società che esiste fuori.
Se a una bambina viene insegnato che può correre, competere, occupare uno spazio, prendere decisioni e guidare una squadra, le stiamo permettendo di sperimentare qualcosa che va ben oltre il risultato di una partita.
Lo sport può aiutare a costruire autostima, autonomia, capacità di leadership e senso di appartenenza. Può mettere in discussione ruoli che sembravano già scritti e offrire alle ragazze nuovi modelli nei quali riconoscersi.
Allo stesso modo, quando una bambina sente ripetere che uno sport “non è per lei”, quando ha meno possibilità di praticarlo o quando crescendo non vede quasi nessuna donna allenare, dirigere o essere raccontata dai media, il messaggio che riceve può andare ben oltre lo sport.
Per questo l’uguaglianza si costruisce anche qui.
Il primo passo è lasciare che ogni ragazza possa scegliere
Nel 2027 il Mondiale femminile di calcio in Brasile sarà una delle grandi occasioni internazionali per parlare di donne e sport. Nel 2028 saranno le Olimpiadi di Los Angeles a riportare atlete e atleti di tutto il mondo al centro dell’attenzione.
Cambiamo il Gioco ci accompagnerà lungo questo percorso, utilizzando questi grandi appuntamenti non come un traguardo, ma come occasioni per continuare a parlare di ciò che succede ogni giorno, molto prima di arrivare su un palcoscenico internazionale.
Perché prima delle campionesse che vediamo in televisione ci sono state delle bambine.
Bambine che hanno avuto qualcuno che ha creduto in loro, uno spazio in cui allenarsi, una squadra che le ha accolte e la possibilità di continuare.
È questa possibilità che dovrebbe appartenere a tutte.
Cambiare il gioco significa anche questo: fare in modo che una bambina possa scegliere lo sport che ama senza chiedersi se sia quello “giusto” per lei.
E permetterle di entrare in campo sapendo che quel posto è anche suo.
