Un’epidemia chiamata carestia: il Sudan del Sud sfiora limiti allarmanti

Un’epidemia chiamata carestia: il Sudan del Sud sfiora limiti allarmanti

Il Sudan del Sud è devastato dall’impatto del COVID-19 e da un conflitto armato.

Le Nazioni Unite avvertono che la carestia nel Sudan del Sud quest’anno interesserà 7,2 milioni di persone equivalente al 60% della popolazione.

1,4 milioni sono bambine e bambini di età inferiore ai cinque anni e quasi 500.000 sono donne incinta o madri che allattano.

La crisi sta colpendo soprattutto la contea di Pibor, 350 km a nord-est di Yuba, la capitale del paese. Nella zona le scuole sono chiuse, non c’è quasi nessun ospedale e ci sono poche sorgenti di acqua. La città di Pibor, il principale centro abitato della regione, si presenta come un campo profughi, con la maggior parte delle case ricoperte di teloni forniti dagli organismi di aiuti umanitari.

Le bambine, le adolescenti e le giovani madri sono fra le più colpite e corrono il grave rischio di soffrire la fame ed essere vittime di violenza, sfruttamento, abusi sessuali, matrimoni infantili e gravidanze precoci. Inoltre, molte ragazze hanno abbandonato gli studi e il loro carico di lavoro è aumentato a causa della crisi: ora si occupano di compiti come la raccolta della frutta, la cura del bestiame, la cura dei figli e della famiglia.

Molte ragazze e giovani donne sopravvivono e sfamano le loro famiglie grazie agli aiuti umanitari che ricevono in punti di distribuzione come questo rappresentato nella foto, allestito a Pibor.

“Le cicatrici del conflitto sono evidenti (…) La pandemia del COVID-19 sembra un lontano ricordo. Il governo ha chiuso le scuole e proibisce le riunioni. Le organizzazioni umanitarie seguono i protocolli di sicurezza e le istruzioni del governo ma, per la maggior parte delle persone, la paura più grande è la fame”, dice Shreeram KC, Specialista di Comunicazione di Plan International, che si è recato in Sudan del Sud per documentare gli effetti devastanti dell’emergenza.

Per Mary, 22 anni, madre di quattro figli, il razionamento del cibo fa parte della sua quotidianità. “L’unico cibo che ho a casa sono queste tre tazze di sorgo (equivalenti a 1,5 kg). Cucino una tazza al giorno pur di poter mangiare qualcosa”, racconta.

Quello di Mary non è un caso isolato. Migliaia di donne a Pibor razionano il sorgo che ricevono per sfamare le loro famiglie perché, per molte di loro, è l’unico cibo che hanno.

Nonostante le difficoltà, organizzazioni umanitarie come Plan International stanno lavorando senza sosta per distribuire cibo ai più bisognosi prima dell’inizio della stagione delle piogge che potrebbe rendere impraticabili le strade.

“Non abbiamo mai smesso di supportare la comunità. Siamo sempre al loro fianco. Dobbiamo agire adesso. Se non diamo una risposta urgente c’è il rischio reale di assistere a una carestia senza precedenti”, conclude Shreeram.

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