Prendersi cura di chi si prende cura degli altri: la salute mentale degli operatori umanitari a Gaza

Prendersi cura di chi si prende cura degli altri: la salute mentale degli operatori umanitari a Gaza

In occasione della Giornata Mondiale dell’Aiuto Umanitario rendiamo omaggio a chi continua a lavorare per aiutare le altre persone in alcuni dei contesti più difficili del mondo.

Quando scoppia una crisi, ci sono persone che rimangono al fianco delle comunità colpite affinché bambini, bambine e famiglie possano continuare ad avere accesso a cibo, assistenza sanitaria, istruzione e protezione. Sono gli operatori e le operatrici umanitarie che svolgono il proprio lavoro, spesso, nel mezzo di conflitti, catastrofi e situazioni di estrema insicurezza.

Attaccare chi fornisce assistenza umanitaria è inaccettabile. Il personale umanitario e sanitario non può mai essere bersaglio della violenza. Eppure, operatori e operatrici continuano a essere uccisi, feriti, rapiti, detenuti o ostacolati mentre svolgono il proprio lavoro. La maggior parte di loro fa parte del personale nazionale e opera all’interno delle proprie comunità.

Le conseguenze di questi attacchi ricadono anche sulle persone che ricevono il loro aiuto: quando chi lavora in prima linea non può svolgere il proprio compito, servizi essenziali come la distribuzione di cibo, l’assistenza sanitaria o la protezione dell’infanzia vengono interrotti.

Ma prendersi cura di chi presta aiuto significa anche prendersi cura della sua salute mentale. Spesso gli operatori umanitari accompagnano altre persone mentre affrontano in prima persona lutti, perdite, sfollamenti e paure. Garantire loro sostegno psicologico e spazi sicuri in cui tutelare il proprio benessere è fondamentale perché possano continuare a offrire un’assistenza dignitosa e di qualità.

Lo scorso anno, Plan International ha raggiunto 49,2 milioni di bambini e bambine nel mondo e ha risposto a 73 emergenze, da Gaza e Sudan fino a Chad, Myanmar e Haiti. Tra le persone che rendono possibile questa risposta ci sono Esraa e Mohammed, due operatori umanitari di Gaza che continuano a sostenere bambini, bambine e famiglie mentre affrontano le proprie perdite.

Esraa: continuare ad aiutare nonostante il dolore

Per Esraa, 37 anni, specialista in supporto psicosociale, il conflitto ha cambiato completamente la vita. Prima aveva cinque figli. Durante la guerra ne ha persi tre e oggi vive con i due sopravvissuti. La sua famiglia è stata costretta a spostarsi più volte, ha affrontato difficoltà economiche e perdite difficili persino da immaginare.

Prima del conflitto, le nostre giornate erano piene di amore, felicità e gioia. Eravamo una famiglia unita e completa, condividevamo tutto. Ora siamo una famiglia spezzata dalla perdita e ci mancano moltissime cose.

Le conseguenze psicologiche della guerra vanno ben oltre il pericolo dei bombardamenti o la necessità di abbandonare la propria casa. Le famiglie convivono con il lutto, lo stress costante e la preoccupazione quotidiana di riuscire a soddisfare anche i bisogni più essenziali. Per Esraa, il ricordo dei suoi figli è sempre presente.

Quando ho perso i miei figli, ho sentito che la vita se ne fosse andata insieme a loro. Sono caduta in un lutto profondo e in una grave depressione. Poi, però, la speranza è tornata e sono riuscita ad andare avanti, più forte di prima.

Nonostante tutto ciò che ha vissuto, Esraa continua a sostenere studenti e famiglie nella scuola in cui lavora. Molti di quei bambini e bambine le ricordano i suoi figli.

Ciò che mi aiuta ad andare avanti e a rimanere forte è l’amore dei bambini e delle bambine e il loro bellissimo modo di essere. Ogni giorno, quando sono al lavoro, vedo in loro i miei figli e provo per loro un affetto enorme.

Mohammed: sostenere gli altri mentre si affrontano le proprie perdite

Anche Mohammed, 30 anni, coordinatore di progetti educativi, conosce da vicino questa realtà. Dopo essere stato costretto ad abbandonare la propria casa, oggi vive in una tenda insieme ad alcuni membri della sua famiglia. Durante il conflitto ha perso sua figlia e sua madre. Ha perso anche colleghi e amici stretti, mentre continuava a coordinare programmi rivolti a bambini, bambine e famiglie.

La cosa più difficile è stata affrontare l’impatto emotivo della perdita di colleghi e amici a me molto cari. Anche continuare a lavorare sotto una pressione e un’incertezza costanti è stato molto difficile.

Agli operatori umanitari viene chiesto di accompagnare e sostenere altre persone mentre loro stessi vivono gli stessi pericoli e affrontano perdite simili. Un peso che, protratto per mesi, può diventare insostenibile.

Il fatto che continuiamo a lavorare e a sostenere gli altri non significa che tutto questo non abbia conseguenze anche su di noi.

afferma Mohammed.

Uno spazio sicuro per chi lavora in prima linea

Per rispondere anche ai bisogni di chi presta aiuto, Plan International ha avviato a Gaza, con il sostegno del Gaza Emergency Duty of Care Fund del Disasters Emergency Committee (DEC) del Regno Unito, un programma di supporto alla salute mentale e psicosociale rivolto agli operatori e alle operatrici in prima linea.

Per ragioni di sicurezza e per facilitare la partecipazione, il programma è stato realizzato a distanza, combinando workshop di gruppo, sessioni individuali di sostegno psicologico e attività di psicoeducazione.

Nel corso di sette mesi, 26 operatori e operatrici hanno partecipato a incontri dedicati alla gestione dello stress, alla regolazione delle emozioni, alla risoluzione dei problemi, al supporto sociale e alla cura di sé.

Per Esraa, questi incontri hanno rappresentato la possibilità di dedicare tempo a qualcosa che, nel mezzo della guerra e del lavoro quotidiano, era inevitabilmente passato in secondo piano: il proprio benessere.

I workshop mi hanno aiutata a superare molte difficoltà e mi hanno offerto sostegno sia psicologico sia morale. Mi hanno dato uno spazio che prima non avevo.

Le sessioni hanno inoltre fornito strumenti da utilizzare nella vita quotidiana e sul lavoro. Mohammed ricorda, ad esempio, di aver messo in pratica ciò che aveva imparato per mantenere la calma durante una crisi di budget che rischiava di bloccare un progetto educativo.

Invece di reagire con il panico, ho utilizzato gli strumenti di risoluzione dei problemi che avevo imparato.

Ma forse uno degli aspetti più importanti del programma è stato offrire un luogo in cui poter parlare di ciò che stavano vivendo: uno spazio dove anche chi ogni giorno ascolta e accompagna gli altri potesse, finalmente, parlare di sé.

La sessione dedicata a come esprimere e gestire le emozioni mi ha colpito profondamente

racconta Mohammed.

Abbiamo avuto la possibilità di parlare apertamente delle nostre paure e delle difficoltà che portavamo dentro.

Sia Esraa sia Mohammed raccontano che il sostegno ricevuto li ha aiutati ad affrontare meglio le difficoltà e a continuare ad accompagnare bambini, bambine e famiglie.

Sono cambiata in meglio e oggi riesco a guardare le cose da una prospettiva più ampia

afferma Esraa.

Mohammed riassume così ciò che ha imparato durante questo percorso:

Nel nostro lavoro non puoi offrire agli altri ciò che tu stesso non hai. Avere uno spazio sicuro in cui affrontare il mio stress e imparare strumenti per risolvere i problemi mi ha aiutato a ritrovare equilibrio ed energia.

Entrambi continuano a sperare nella pace e nella stabilità. Ma desiderano anche che il mondo non dimentichi le storie che si nascondono dietro i numeri e i titoli delle notizie.

Dietro ogni numero c’è una storia umana e dietro ogni crisi c’è una famiglia che cerca di vivere con dignità e speranza.

ricorda Esraa.

In questa Giornata Mondiale dell’Aiuto Umanitario, le loro storie ci ricordano che prendersi cura di chi si prende cura degli altri è una parte essenziale della risposta umanitaria.

Interessante? Condividi: