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Brunella Pacia, Responsabile Comunicazione, Ufficio stampa e PR

Mary-Joseph ha vissuto in un cespuglio per tre mesi durante il conflitto con le milizie sudanesi.
Mary-Joseph vive con i suoi tre figli, tra cui una bambina di 10 anni, in un campo di accoglienza alle porte di Pibor. Durante il conflitto ha vissuto in un cespuglio per tre mesi. © Plan International
25/11/2016

Giornata contro la violenza sulle donne: e chi pensa alle bambine profughe?

Mary-Joseph, 23 anni, con i suoi bambini ha vissuto per 3 mesi in un cespuglio durante gli assalti da parte delle milizie sudanesi (SPLA). Solo lì era al sicuro. Si ricorda ancora quando Elisabeth, una sua amica, cadde in un’imboscata dei soldati:

“Stava raccogliendo legna quando è stata afferrata da dietro e buttata per terra; mentre alcuni la tenevano, altri abusavano di lei. Urlava, ma nessuno veniva in soccorso”. Elisabeth aveva ferite interne e non è più riuscita a camminare bene.

Nella Giornata Mondiale contro la Violenza sulle Donne pensiamo anche a tutte quelle bambine, adolescenti e giovani donne che vivono nei Paesi in via di Sviluppo e quando si trovano nelle situazioni di emergenza – dovuta a una calamità o a un conflitto – sono ancora più a rischio violenza

Nella Giornata Mondiale contro la Violenza sulle Donne, che si celebra il 25 novembre, pensiamo anche a tutte quelle bambine, adolescenti e giovani donne che vivono nei Paesi in via di Sviluppo e quando si trovano nelle situazioni di emergenza – dovuta a una calamità o a un conflitto – sono ancora più a rischio violenza.

In un conflitto, se i bambini si danno a lavori pericolosi o vengono reclutati come bambini soldato, le bambine sono spesso vittime di abusi sessuali sotto la minaccia dei fucili. Quando una ragazzina lascia il proprio cespuglio per cercare cibo o acqua o per espletare i propri bisogni diventa una “preda” facile.

Racconta Mary-Joseph che molte bambine che andavano al mercato per vendere latte venivano attirate dai soldati – gli stessi che dovevano proteggerle – e violentate. 

Aumento dei matrimoni prematuri durante le crisi

“Nel cespuglio sei al sicuro, ma non c’è cibo. Qui è meglio, ma non c’è protezione. Devi assumerti il rischio”. Ora Mary-Joseph vive in un campo di accoglienza nella periferia di Pibor, come Sarah che ha 15 anni, è bella e il padre la vuole dare in sposa: hanno perso il bestiame la scorsa stagione a Dor da dove provengono.

Durante le crisi umanitarie i matrimoni prematuri aumentano in quanto la famiglia crede di dare un futuro alla figlia e al contempo la “baratta” in cambio di una capra o altro per la sopravvivenza del resto della famiglia.

“Vorrei andare a scuola, ma sono destinata a sposarmi” – racconta tra le lacrime Sarah – “mi chiedo perché Dio mi abbia fatto nascere femmina per essere punita in questo modo”.

Il nostro lavoro nei campi di accoglienza nel mondo

Lavoriamo nei campi di accoglienza per garantire ai più deboli, in particolare alle bambine, alle adolescenti e alla giovani madri quello di cui hanno bisogno: protezione e istruzione, creando spazi sicuri dove i bambini possano giocare e studiare, dando servizi sulla salute riproduttiva e sessuale e creando una serie di interventi per dare sicurezza alle giovani rifugiate.


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