42 ONG avvertono che il rimpatrio dei rifugiati in Myanmar
21/11/2018

42 ONG avvertono che il rimpatrio dei rifugiati in Myanmar in questo momento sarebbe pericoloso e prematuro

Le agenzie umanitarie e della società civile che lavorano nello stato di Rakhine in Myanmar e nei campi profughi di Rohingya in Bangladesh hanno espresso profonda preoccupazione per il rimpatrio dei rifugiati che inizierà a metà novembre, secondo un annuncio del  Gruppo di Lavoro dei governi del Bangladesh e Myanmar, del 30 ottobre.

I governi di Myanmar e Bangladesh hanno assicurato ai rifugiati e alla comunità internazionale che il rimpatrio avverrà solo quando sarà sicuro, volontario e dignitoso. Chiediamo ad entrambi i governi di adempiere ai loro impegni.

L'ONU ha ripetutamente dichiarato che le condizioni in Myanmar in questo momento non favoriscono il ritorno. I rifugiati continuano a fuggire dal Myanmar e facilitare il rimpatrio ora, sarebbe prematuro. Il ritorno involontario di rifugiati dal Bangladesh a Myanmar, dove le loro vite e la loro sicurezza rimangono a grave rischio, è una violazione del principio fondamentale del non-refoulement (principio di non respingimento).


I rifugiati hanno sempre detto che vogliono tornare alle loro case e ai luoghi di origine, o ai luoghi di loro scelta. Allo stesso modo chiedono garanzie di poter godere degli stessi diritti e della cittadinanzaChiedono garanzie che le violazioni estreme dei diritti umani che hanno subito cesseranno e che i responsabili della violenza da cui sono fuggiti saranno consegnati alla giustizia. Non vogliono tornare alle condizioni di isolamento senza libertà di movimento o accesso a servizi e mezzi di sussistenza.Temono che queste condizioni possano diventare permanenti, come la situazione nello stato del Central Rakhine, dove 128.000 Rohingya e altri musulmani sono stati confinati nei campi profughi senza libertà di movimento per più di sei anni.

Soprattutto, i rifugiati ci dicono che hanno paura. Sono fuggiti in Bangladesh per cercare sicurezza e sono molto grati al governo del Bangladesh per aver fornito loro un rifugio sicuro. Tuttavia, sono terrorizzati da ciò che potrebbe accadere con un ritorno a Myanmar, e si sentono angosciati dalla mancanza di informazioni che hanno ricevuto.

"Vogliamo davvero tornare, ma non senza cittadinanza (...) Devono concederci la cittadinanza e una vita normale, come le altre persone che vivono in Myanmar. Devono lasciarci in pace.  Io ho un fratello in Myanmar. Hanno ancora paura di essere uccisi nei loro letti di notte... Dopo essere venuti qui, grazie alla benedizione di Allah e del governo del Bangladesh, possiamo dormire la notte, ma mio fratello ancora non riesce a dormire". Spiega una donna rifugiata di 30 anni, che vive nei campi profughi.

In quanto agenzia delle Nazioni Unite la cui missione è proteggere i rifugiati, l'UNHCR deve svolgere un ruolo chiave in qualsiasi processo di rimpatrio organizzato, fornendo ai rifugiati informazioni obiettive, aggiornate e accurate nelle lingue e nei formati pertinenti per consentire loro di prendere decisioni libere sulla decisione di esercitare il loro diritto al ritorno, ottenendo il loro consenso e controllando che le condizioni siano sicure per il ritorno in Myanmar.

Chiediamo ai governi del Bangladesh e del Myanmar di onorare i loro impegni e garantire che i rifugiati in Bangladesh possano prendere decisioni libere ed abbiano accesso a informazioni complete e imparziali sulle condizioni nello stato del Rakhine. Le agenzie delle Nazioni Unite dovrebbero avere libero accesso a tutte le parti dello Stato di Rakhine per poter fornire queste informazioni e monitorare la situazione nelle aree di possibile ritorno.


Nota per gli editori:

1. Per ulteriori informazioni sulle condizioni necessarie per la sicurezza e il rimpatrio volontario, consultare la dichiarazione congiunta delle ONG internazionali in Myanmar rilasciata l'8 dicembre del 2017.

2. Il Primo Ministro del Bangladesh, Sheikh Hasina, ha pubblicamente affermato l'impegno del suo Paese a non restituire i rifugiati Rohingya a Myanmar fino a quando le condizioni non fossero idonee, includendo "garantire la protezione, i diritti e il cammino verso la cittadinanza per tutti i Rohingya" nella sua dichiarazione 
dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 25 settembre 2018 a New York. Il governo del Myanmar ha anche dichiarato pubblicamente che i rifugiati devono tornare "volontariamente con sicurezza e dignità".

3. Per ulteriori informazioni sulle condizioni dei diritti umani in Myanmar, consultare il 
rapporto completo della Missione internazionale d'Inchiesta in Myanmar, che è stato pubblicato il 18 settembre 2018.

4. Il principio fondamentale del non-refoulement è la pietra angolare della protezione internazionale dei rifugiati e impedisce il ritorno o l'espulsione di un rifugiato "in qualsiasi modo verso i territori in cui la propria vita o libertà fosse minacciata per ragioni di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un determinato gruppo sociale 
o opinione politica"

(Articolo 33 della Convenzione sui rifugiati del 1951)

 

Persino gli Stati che non sono firmatari della Convenzione sui rifugiati del 1951 sono vincolati dal principio di non respingimento, che è un principio riconosciuto del diritto internazionale consuetudinario. La legge sui diritti umani (la Convenzione delle Nazioni Unite del 1984 contro la tortura e la Convenzione internazionale sui diritti civili e politici del 1966) proibisce anche il rimpatrio o l'espulsione di una persona in un paese in cui vi è il pericolo di essere torturata o perseguitata. Per ulteriori informazioni, consultare la Nota dell'UNHCR sul principio di non respingimento.

5. Per ulteriori informazioni sugli standard internazionali relativi al volontariato, al rimpatrio, consultare il Manuale dell'UNHCR sul Rimpatrio volontario.

 

 


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